Seguito di Eldest

Non sò voi, ma io ho letto la saga di Cristopher Paolini Eragorn ed il seguito Eldest. Mi sono sempre chiesto come sarebbe mai finita, visto che Paolini se l’è presa molto comoda riguardo alla conclusione. Brisingr dovrebbe essere l’ultimo libro e invece.. TA DAAAA! non lo è! Il signor Paolini ha detto:"questo libro è troppo corposo, dividiamolo in due" e così noi dovremmo aspettare ancora un sacco di tempo per sentire la fine di questo ormai Ciclio dell’Eredità. Il libro qua sopra uscirà il 3 novembre 2008 oppure l’edizione speciale il 31 ottobre. Qui di seguito posto uno stralcio del libro trovato per il web.


LUCI E OMBRE
(Stralcio dal Capitolo 3 del Libro Terzo del Ciclo
dell’Eredità
) – Fonte: eldest.it

Saphira impastò il terriccio sotto i piedi con
impazienza. Vogliamo partire o no?

Dopo aver appeso bisacce e vettovaglie ai rami di un albero di
ginepro, Eragon e Roran si arrampicarono sul dorso di Saphira. Non
furono costretti a perdere tempo per sellarla; la dragonessa aveva
indossato la sua bardatura per tutta la notte. Eragon sentì il calore
del cuoio sagomato che quasi scottava sotto di sé. Afferrò saldamente la
punta cervicale che aveva davanti – per sorreggersi in caso di bruschi
cambi di direzione – mentre Roran gli cinse la vita con un braccio
muscoloso, l’altra mano impegnata a brandire il martello.

La lastra di scisto si crepò sotto il peso di Saphira quando la
dragonessa si accovacciò per prendere lo slancio e spiccare un unico
balzo verso il ciglio del burrone, dove rimase in equilibrio per un
istante prima di spiegare le ali possenti. Le membrane sottili emisero
un cupo ronzio quando Saphira le dispose perpendicolari al cielo. In
quella posizione, sembravano due azzurre vele traslucide.

«Non così stretto» grugnì Eragon.

«Scusa» disse Roran, allentando l’abbraccio.

Qualsiasi ulteriore scambio di frasi divenne impossibile quando Saphira
saltò di nuovo. Una volta raggiunto l’apice del balzo, abbassò le ali
con un sonoro fruscio prolungato e si spinse ancora più in alto. Ogni
successivo battito d’ali li portava sempre più vicini ai sottili strati
di nubi che si estendevano da oriente a occidente.

Mentre Saphira virava verso l’Helgrind, Eragon scoccò un’occhiata a
sinistra e scoprì che, grazie all’altezza, riusciva a scorgere un buon
tratto del Lago di Leona, a qualche miglio di distanza. Un denso strato
di nebbia, grigia e spettrale nel tenue chiarore dell’aurora, aleggiava
sull’acqua, come se sulla superficie liquida ardesse un vasto fuoco
fatuo. Eragon aguzzò la vista, ma nonostante i suoi occhi da falco, non
riuscì a distinguere la sponda opposta, né le propaggini meridionali
della Grande Dorsale. Provò una fitta di nostalgia poiché non vedeva le
montagne della sua infanzia da quando aveva lasciato la Valle Palancar.

A nord si trovava Dras-Leona, una massa enorme e indistinta che si
stagliava tozza contro il muro di nebbia che ne orlava i margini
occidentali. L’unico edificio che Eragon riuscì a identificare fu la
cattedrale dove i Ra’zac lo avevano attaccato; la sua guglia smerlata
torreggiava sul resto della città come una punta di lancia munita di
barbigli.

Eragon sapeva che, da qualche parte, nella piana che scorreva sotto di
loro, c’erano ancora i resti dell’accampamento dove i Ra’zac avevano
ferito a morte Brom. Si lasciò pervadere ancora una volta dal furore e
dal cordoglio che aveva provato quel giorno lontano – come anche
all’epoca della morte di Garrow e della distruzione della fattoria –
affinché quei violenti sentimenti gli infondessero il coraggio, no, la
brama di affrontare i Ra’zac in battaglia.

Eragon, disse Saphira. Oggi non dobbiamo schermare le nostre
menti e tenere segreti i nostri pensieri, vero?

No, a meno che non compaia qualche stregone.

Un ventaglio di luce dorata si levò all’orizzonte quando spuntò la
cupola fiammeggiante del disco solare. Il mondo, che fino a un istante
prima era stato avvolto da un’uniforme coltre grigiastra, s’illuminò di
tutti i colori dello spettro: la nebbia risplendette candida, l’acqua
scintillò azzurra, le mura che cingevano il centro di Dras-Leona
rivelarono il loro sudicio intonaco di fango giallo, gli alberi si
rivestirono di ogni possibile sfumatura di verde, e il terreno avvampò
di rosso e arancio. L’Helgrind, tuttavia, restò com’era sempre – nero.

Mentre si avvicinavano, la montagna di pietra s’ingrandiva a vista
d’occhio. Perfino dall’aria appariva intimidatoria.

Nel tuffarsi verso la base dell’Helgrind, Saphira effettuò una virata a
sinistra talmente angolata che Eragon e Roran sarebbero precipitati di
sotto se non avessero avuto le gambe legate alla sella. La dragonessa
sfrecciò intorno alla massicciata di ghiaia e sopra l’altare dove i
sacerdoti dell’Helgrind celebravano i loro riti. Il vento s’insinuò
sotto la visiera dell’elmo di Eragon, che rimase assordato dal potente
sibilo.

«Allora?» gridò Roran, che non riusciva a vedere avanti.

«Gli schiavi sono andati!»

Eragon si sentì come schiacciato da un peso enorme quando Saphira
interruppe bruscamente la picchiata per risalire a spirale intorno all’Helgrind,
in cerca dell’ingresso del covo dei Ra’zac.

Nemmeno un buco sufficiente a far passare un ratto, dichiarò la
dragonessa. Rallentò e restò sospesa davanti a un crinale che
congiungeva il terzo, e più basso, dei quattro picchi alla cima
dominante. Lo sperone irregolare amplificava il rombo prodotto da ogni
battito d’ali tanto da farlo assomigliare al boato di un tuono. Eragon
aveva gli occhi che gli lacrimavano mentre l’aria gli frustava la pelle.

Una ragnatela di venature bianche adornava le pareti nascoste dei dirupi
e dei pilastri, dove la brina si era raccolta nelle fessure della
roccia. Null’altro disturbava la cupezza dei bastioni neri e battuti dai
venti dell’Helgrind. Non crescevano alberi fra i pendii rocciosi, non
c’erano arbusti o ciuffi d’erba o muschi o licheni; le aquile non
osavano fare il nido sulle cornici frastagliate della torre. Fedele al
suo nome, l’Helgrind era un luogo di morte, e si ergeva ammantato nelle
pieghe rigide e affilate delle sue scarpate e dei suoi crepacci come uno
spettro scheletrico sorto a perseguitare la terra.

Espandendo la mente, Eragon trovò conferma della presenza di uno degli
schiavi, come anche delle due persone che aveva scoperto imprigionate
all’interno dell’Helgrind il giorno prima, ma lo turbò il fatto di non
riuscire a localizzare i Ra’zac o i Lethrblaka. Se non sono qui,
allora dove?
si domandò. Cercando ancora, notò qualcosa che prima
gli era sfuggito: un fiore solitario, una genziana, a meno di cinquanta
piedi avanti a loro, dove, secondo le aspettative, non avrebbe dovuto
esserci altro che solida roccia. Dove trova luce a sufficienza per
sopravvivere?

Saphira rispose alla sua domanda appollaiandosi su una sporgenza di
roccia friabile distante qualche piede. Nel farlo, per un attimo perse
l’equilibrio, e batté le ali per stabilizzarsi. Invece di urtare contro
la massa dell’Helgrind, la punta della sua ala destra affondò nella
roccia e ne riemerse.

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